Varia n°1 / Storia pubblica

Public History e pratiche didattiche nelle università italiane. A proposito di una recente special issue

Enrico VALSERIATI

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In un articolo del 2019, dai caratteri quasi fondativi, Serge Noiret analizzava la nascita, la diffusione e la fortuna del discorso storiografico sulla Public History in Italia a partire dai primi anni Duemila. In quella sede, l’autore dedicava un paragrafo di grande rilevanza alla Storia pubblica – nell’accezione che anche la presente rivista intende riservare a questa branca delle discipline storiche – nel panorama editoriale italiano; lo faceva, non a caso, dalle pagine di “Ricerche Storiche”, rivista in cui, nel 2009, “for the first time in Italy, ‘Public History’ was mentioned in the title of an academic essay”1.

A distanza di sei anni dal contributo analitico di Noiret e di sedici dalla prima apparizione di “Public History” nel titolo di due articoli scientifici in Italia, è ancora “Ricerche Storiche” a fornirci, in tempi recentissimi, il materiale per riflettere – con grande profondità epistemologica e da diverse prospettive – sulla Public History quale occasione per ripensare il mestiere della storica e dello storico nel nostro paese, tanto dal punto di vista didattico quanto da quello scientifico.

Ben due fascicoli di “Ricerche Storiche” nel 2024, infatti, sono stati dedicati all’interconnessione, da sempre molto stretta, tra Public History e Didattica della Storia, con particolare riguardo ai laboratori di Public History nelle università italiane e alle ricerche, alle proposte e alle esperienze di Didattica della Storia in Italia degli ultimi anni2. Sarà sul primo di questi due importanti numeri monografici che si concentrerà il presente contributo, tentando non di limitarsi a uno spoglio dei nove articoli che costituiscono il fascicolo, quanto piuttosto di enucleare temi e livelli di interpretazione utili ad arricchire il dibattito storiografico e civile sulla figura del/della public historian, specie nel contesto dell’offerta didattica universitaria in Italia.

Il punto di partenza del nostro discorso è necessariamente l’articolo introduttivo di Aurora Savelli, ideatrice e curatrice del fascicolo (Didattiche della storia innovative. I Laboratori Universitari di Public History in Italia, pp. 5-17). L’autrice, già nelle prime battute, fa emergere con chiarezza la “tensione” che sin dalla prima bozza del Manifesto della Public History italiana (2018, aiph.hypotheses.org/3193) ha caratterizzato il rapporto tra Storia pubblica e università italiane. Secondo Savelli, “pur definendosi alle origini la Public History come la storia praticata fuori dall’accademia, è dunque l’università il luogo della formazione del public historian, il cui bagaglio non può prescindere dall’acquisizione di metodologie rigorose” (p. 7).

A supporto della propria posizione, l’autrice ricorda come, stando a un recente censimento del National Council, l’Italia risulti essere, con le vicine Francia e Germania, il paese con il maggior numero di programmi di insegnamento universitario in Public History; un dato, quest’ultimo, che pare parzialmente contraddire l’avversione di parte dell’ambiente accademico italiano nei confronti delle pratiche e delle metodologie, ormai ampiamente consolidate, della Public History. In questo passaggio – ben sviluppato dall’autrice, nonostante la delicatezza dell’argomento – pare giocarsi molto del discorso, che oserei definire “comunitario”, sulla Public History nelle università italiane. Da un lato, i dati relativi all’insegnamento della Storia pubblica sembrano rafforzare l’impressione di una diffusa domanda di Public History, anche da parte del corpo studentesco, probabilmente in ragione delle opportunità professionali che essa sembra essere in grado di offrire3; dall’altro, la riluttanza, talvolta viscerale, di segmenti non residuali del corpo docente contribuisce alla frammentarietà dell’offerta didattica in Public History, che è sì diffusa “sia in percorsi di laurea triennale sia magistrale” (p. 12), ma che è comunque demandata alla buona volontà di storiche e storici che si occupano, di per sé, di Storia pubblica, anche dal punto di vista della ricerca o degli interessi più propriamente culturali.

Il quadro che traccia il contributo di Savelli è perciò tanto ricco quanto necessariamente frammentario. Non tutti gli atenei italiani, sia pubblici sia privati, erogano corsi o laboratori di Public History; e questo, ad avviso di chi scrive, è un grande limite per un corpo studentesco che sta andando incontro a un inevitabile calo demografico e che rischia di subire gli effetti nefasti di politiche pubbliche atte a impoverire il sistema educativo nazionale e a procrastinare, se non addirittura auspicare, il precariato universitario. Da questo punto di vista, la Public History può, anzi, deve essere uno strumento di aiuto per le nuove generazioni che intendono fare della Storia il proprio ambito professionale. Per riuscirci, è necessario superare le reticenze a oggi esistenti sulla Public History (come presunto “annacquamento” della storiografia tradizionale) e vederne piuttosto le potenzialità lavorativo-professionali, al fine di garantire la salute del discorso pubblico sulla Storia e lasciando così uno spazio sempre più marginale a revisionismi, distorsioni narrative e usi pubblici della Storia stessa. In quest’ottica, potrebbe forse essere auspicabile prevedere un aumento dei corsi di Public History anche nei programmi di laurea in Turismo o in discipline affini, senza perciò limitarsi ai percorsi di laurea in Storia. Ma questo è un altro discorso, che intendo riprendere in futuri interventi.

Data questa premessa, entriamo ora nel merito delle tematiche affrontate nel numero monografico, che restituisce il contenuto di una gamma piuttosto diversificata di laboratori tenutisi (o attualmente in corso) presso le università di Venezia, Genova, Cagliari, Roma (Tor Vergata), Firenze e del Salento, nell’impossibilità, ovviamente, di fornire un quadro esaustivo per ciascuno dei singoli contributi.

Sono quattro gli approcci metodologici che è possibile individuare all’interno della special issue e di conseguenza nei laboratori indagati: 1) la ludicizzazione della Storia; 2) la cooperazione con i territori; 3) la storia e la scrittura partecipative; 4) la Public Pedagogy e la Public History of Education. Non mi soffermerò sull’ultimo punto, sviluppato da Luca Bravi (Intrecci di memorie. Public History of Education tra scuola, università e territorio, pp. 83-93) e da Salvatore Colazzo (La memoria e la storia per valorizzare la comunità. Il Laboratorio di “Public pedagogy, didattica della storia, public history e pedagogia del patrimonio” dell’Università del Salento, pp. 95-108), non tanto per disinteresse, quanto per personale incapacità di comprendere l’effettiva portata di un ramo della Public History con cui non ho sviluppato particolare familiarità; mi limiterò, pertanto, ai primi tre nuclei tematici.

Negli ultimi decenni, la gamification ha rappresentato uno dei mezzi più interessanti e innovativi per veicolare e potenziare il sapere storico. La Public History, da questo punto di vista, è stata la metodologia che – più di qualsiasi altra, almeno in campo storiografico – ha saputo fare propria la ludicizzazione e portarla con successo nelle aule universitarie. Renzo Repetti (Strumenti di Public History nella didattica (ludica) della storia all’Università di Genova, pp. 31-44) discute l’esperienza – condotta all’interno del Laboratorio di Public History e del Centro di ricerca sul gioco dell’Università di Genova – di analisi critica dei giochi da tavolo commerciali a tema storico, nonché della scrittura di un nuovo gioco dedicato al Seicento. Mi sembra importante, anzitutto, rilevare un appunto di Repetti, che chiarisce un’ambiguità piuttosto diffusa, anche presso la comunità studentesca, ovvero che “non tutte le migliaia di giochi da tavolo classificati come ‘storici’ lo sono per davvero” (p. 34); alcuni contengono dei riferimenti al passato vaghi o limitati al titolo, mentre altri propongono un passato edulcorato, persino mistificato o piegato alla funzionalità del gioco. Di qui nasce, anche ad avviso di chi scrive, la necessità di una fase introduttiva e analitica, in un simile laboratorio, al fine di aiutare studentesse e studenti a discernere tra contenuti verosimili e contenuti inverosimili. Pur essendo difficile valutare l’efficacia scientifica e didattica senza l’attiva partecipazione al gioco (cosa che auspico a me stesso), mi sembra di intuire che il laboratorio sviluppato da Repetti abbia colto appieno uno dei cardini della ludicizzazione della Storia: ovvero, che essa sia sempre e comunque un lavoro scientifico (“prodotto” è lemma che non intendo qui né utilizzare, né sponsorizzare), da svolgere in aula e che non si caratterizzi solamente come esperienza ludica o didattica. Come esplicita l’autore, infatti, i laboratori devono favorire una riflessione “sul background dei giochi di ambientazione storica, caratterizzato molto spesso da un’attenta opera di studio delle vicende e delle fonti e di ricostruzione del contesto” (p. 44).

Per chi frequenta la Public History con costanza, almeno dalla nascita di AIPH, LUDiCa rappresenta uno dei modelli di sviluppo più intriganti nel settore. Giampaolo Salice, infaticabile demiurgo del laboratorio cagliaritano e di innumerevoli attività di Public History nel territorio sardo, illustra la ratio e le attività di LUDiCa da una prospettiva auto-analitica, che reputo un sano esercizio di valutazione, soprattutto in sede scientifico-editoriale (Storia digitale pubblica. La didattica sperimentale del LUDiCa (Laboratorio di Umanistica Digitale dell’Università degli Studi di Cagliari), pp. 45-58). Ciò che distingue LUDiCa da altre pur meritorie iniziative laboratoriali è, anzitutto, la sua recente ma consolidata storia: nasce nel 2018, “per consentire sia la discussione critica degli impatti del digitale sull’attività di studio, di apprendimento e di ricerca, sia come spazio di sperimentazione nell’intreccio tra metodi della ricerca storica e applicativi computazionali” (p. 49). La dimensione ludica, perciò, è a Cagliari più legata alla condivisione di progetti, spazi e idee, che non alla ludicizzazione della storia in sé. Tant’è che LUDiCa, a differenza di molti laboratori universitari, ha una durata cospicua (cento ore) e accoglie studentesse e studenti da almeno quattro lauree magistrali, nonché dottorande e dottorandi: ogni anno, in buona sostanza, partecipa a LUDiCa “una piccola pattuglia”, per mutuare un’espressione di Salice (p. 51). Originale e affascinante, inoltre, è l’idea che il corpo studentesco si organizzi come una “bottega digitale”, che mutua l’immagine della bottega rinascimentale e che è chiamata a riflettere ogni anno su una diversa domanda di ricerca. Non si tratta, quindi, di una riproposizione della figura dello storico in erba4, quanto dell’intento di “dare vita a un flusso di lavoro digitale che consenta a ricercatori e ricerche diverse di connettersi da loro” (p. 52), in una collaborazione pensata per rafforzare lo spirito critico dei presunti “nativi digitali”. Infine, mi pare che l’idea di stimolare il confronto tra il corpo studentesco e i vari attori/attrici delle comunità locali (a partire dalle amministrazioni e dagli istituti di conservazione) risponda appieno a una delle istanze più pregnanti del Manifesto della Public History italiana, ovvero far cooperare le università con “realtà radicate, che svolgono un essenziale ruolo di organizzazione culturale, di ricucitura di relazioni sociali ed economiche” (p. 53).

Il complesso, faticoso (ma estremamente produttivo) lavorio delle università coi territori è il campo di azione anche del Public History Lab, sempre dell’Università di Cagliari, che – a questo punto – può essere identificata come la sede universitaria più stimolante, nel campo della restituzione laboratoriale, per la Storia pubblica in Italia. Nel suo affascinante e importantissimo articolo, Roberto Ibba (La Storia siamo noi: il Public History Lab di UniCa dalla didattica alla conoscenza del territorio, pp. 69-81) non si limita a illustrare gli intenti e i risultati del suo laboratorio: in realtà, Ibba ci fornisce uno degli strumenti più evoluti per strutturare la didattica laboratoriale sulla Public History e per riflettere su come si possa corroborare il tessuto connettivo tra le università e la ricchezza storico-culturale dei territori. Oltre a un fittissimo elenco di istituzioni con cui il laboratorio ha collaborato (pp. 78-79), l’autore ci suggerisce la chiave di lettura per ricondurre i principali obiettivi della Public History ai grandi temi sviscerati dalla Conferenza di Rio (1992), da quella di Parigi (2003) e infine dalla Convenzione di Faro (2005). Trovo, infine, che sia particolarmente opportuna l’indicazione dell’autore rispetto all’individuazione degli oggetti della ricerca nei laboratori di Public History: “i partecipanti sono volutamente lasciati liberi di scegliere tema, metodologia e supporto per il proprio progetto, pur con la necessità di garantire un’adeguata ricerca scientifica” (p. 79).

Da ultimo, mi vorrei soffermare su due laboratori che hanno condiviso l’intento di lavorare sull’autorità condivisa. Stefano Dall’Aglio (Scrivere la storia con Wikipedia. Il Laboratorio di Public History dell’Università Ca’ Foscari, pp. 19-29) ci porta all’interno dell’attività del Venice Centre for Digital and Public Humanities, una realtà nata nel 2019 e ormai affermatasi come centro di eccellenza in Italia. L’autore, che giustamente pone l’accento su Wikipedia come produttore/contenitore democratico di storia, spiega il funzionamento del laboratorio anche come alternativa alla stesura, da parte di studentesse e studenti, dei paper (o tesine, che dir si voglia); uno strumento, quest’ultimo, sempre più utilizzato nei corsi di laurea magistrale, che corre però il rischio di essere un’esperienza conchiusa. Da questo punto di vista, “la voce di Wikipedia è un tipo di lavoro di grande soddisfazione”, per il corpo studentesco, “che continua a vivere a tempo indeterminato, e non viene vista soltanto dal docente ma è pubblicata” (p. 28). Sono parole che riecheggiano quelle di un collega e amico scomparso tragicamente e troppo presto, Flavio Febbraro, che ci piace qui ricordare proprio per il suo grande impegno nella scrittura collettiva di voci di Wikipedia e per le indimenticabili Editathon tenutesi, soprattutto in Piemonte, dieci anni orsono5.

In chiusura, vorrei soffermarmi sul contributo di Tommaso Caliò e Alessandro Serra (Dalla didattica alle pratiche. Esperienze di Public History nella laurea magistrale in storia di Roma Tor Vergata, pp. 59-68), invitando a leggere, in particolare, le pagine dedicate al progetto di musealizzazione di Villa Mondragone (Monte Porzio Catone, Roma), già collegio gesuitico attivo dal 1865 al 1953 e ora di proprietà dell’Università di Roma Tor Vergata. Il progetto ha previsto e tuttora prevede il coinvolgimento di studenti e studentesse per il lancio di una start-up finalizzata all’organizzazione di un servizio di visite guidate multilingua, “in grado di condurre il pubblico dei fruitori attraverso quattro distinti percorsi conoscitivi” (p. 65). In uno Stato, come l’Italia, in cui le università sono spesso proprietarie di patrimoni architettonici e storici di immenso valore culturale, ma che al contempo investono molto poco (sia in termini economici, sia nel coinvolgimento del corpo studentesco), l’iniziativa di Tor Vergata – concreta, professionalizzante e lungimirante – mi sembra che indichi luminosamente la strada su cosa possa fare la Public History per i beni culturali pubblici, troppo spesso abbandonati al proprio destino o in balia della mitopoiesi dell’evento roboante ed effimero, flagello delle politiche culturali e pericolosa scure nelle mani delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche.

Note

  1. Serge Noiret, The Birth of a New Discipline of the Past? Public History in Italy, “Ricerche Storiche”, 49/3 (2019), pp. 131-164: 148 (per la citazione diretta, con riferimento a due articoli nello specifico: uno a firma dello stesso Noiret e l’altro di Chiara Bonacchi). Il tema è poi stato trattato più diffusamente in Id., «Ricerche Storiche» e gli albori della Public History in Italia, “Ricerche Storiche”, 51/3 (2021), pp. 63-122.

  2. Tra innovazione didattica e territori: i Laboratori di Public History delle Università italiane, a cura di Aurora Savelli, “Ricerche Storiche”, 54/2 (2024) e La Didattica della Storia. Ricerche, proposte, esperienze, a cura di Beatrice Borghi, Rolando Dondarini, Francesco Senatore, “Ricerche Storiche”, 54/3 (2024).

  3. Penso, in particolare, agli istituti di conservazione e specialmente ai musei, su cui ha scritto pagine di fondamentale importanza Ilaria Porciani, What Can Public History Do for Museums, What Can Museums Do for Public History?, “Memoria e Ricerca”, 54/1 (2017), pp. 21-40.

  4. Rispetto alla sua formulazione in campo didattico alla fine degli anni Settanta, l’idea dello “storico in erba” è stata discussa e ripensata di recente da uno dei suoi più noti promotori: Ivo Mattozzi, La storia, bene comune. Ma che storia? E quanta storia?, “Didattica della Storia. Journal of Research and Didactics of History”, 2/1S (2020), pp. 111-131.

  5. Flavio Febbraro, La palestra digitale: l’esperienza di scrittura di voci storiche su Wikipedia, in Enrico Valseriati (a cura di), Prospettive per la Didattica della Storia in Italia e in Europa, Palermo, InFieri, 2019, pp. 77-88.

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